L’insostenibile menefreghismo del Karma

Il Karma, per come lo si intende all’occidentale, cioè barbaramente, è un concetto bellissimo.

Qualcuno ti fa un torto e tu, invece di sbrogliartela da solo, aspetti. Aspetti che Karma, l’angelo risolutore col nome da spogliarellista, plani al tuo cospetto, in un futuro più o meno prossimo, per renderti giustizia.
Credo che però, in qualche misura, esso operi in modo diverso da come si immagina. Cercherò di spiegarmi meglio.

Quando andavo alle scuole medie, ero spesso vittima di qualche gruppetto di bulli. Sì, esatto, qualche. Qualcuno apparteneva a una classe, qualcuno a un’altra. Generalmente, si trattava di ragazzini molto facoltosi, più firmati di un guestbook, che si divertivano a prendere in giro chi, come me, non aveva molto da offrire nel mondo delle scuole medie, mancandomi i soldi e/o il bel faccino. Ve la faccio breve: ero un rospo con le pezze.

Il gruppo peggiore era quello dei ricchissimi e bellissimi. Ne ricordo un paio, specialmente quello che  faceva il baby calciatore e il piccolo conte o qualunque cosa ti porti una serie di cognomi pieni di De e Dello e altre preposizioni articolate.
Ma il peggiore, senza alcun dubbio, era Simone. Simone era un console straniero nel Principato del Karma, poteva fare tutto quello che voleva a chi voleva e il Karma, probabilmente intento a non fare niente, beh… non faceva niente. Figlio di medici con tante cliniche di bellezza  da poter soddisfare il fabbisogno medio mensile di botox della California, costui aveva finanche il cognome misterioso e cinematografico.
A voler essere precisi, era un po’ cicciottino, il primo anno. Ma comunque non il cicciottino che (naturalmente a torto, si capisce) attira le prese in giro dei ragazzetti. No. Il cicciottino robusto, ma che ci sa fare. Il che, per qualche regola alchemica che non ho mai saputo distillare, lo portava ad avere tutte le fidanzate che voleva e uno stuolo di sudditi adoranti.
Come se non bastasse, di ritorno dall’estate dopo la prima media, Simone era ritornato slanciato, vergognosamente atletico e alto un metro e novanta. Ai suoi scagnozzi, stupiti come pastorelli il giorno della natività, aveva spiegato la metamorfosi con la frase “ho corso tutta l’estate”, non specificando però se verso Lourdes.

Era veramente spietato, con me, Simone. Ed io subivo abbastanza, anche perché si trattava di bullismo verbale contro cui non me la sentivo di reagire: non avevo gli occhi azzurri da principe Disney o i capelli lucenti che davvero, ma che cavolo ci metteva in quei capelli per idratarli così, lo sapeva solo lui. Era una situazione persa in partenza.

Tuttavia, credevo fermamente nel Karma e cercavo di non curarmi delle umiliazioni, sperando che un giorno lui e gli altri frogbusters si dimenticassero di me, ma che poi ricevessero, a tempo debito, la giusta punizione.

E la punizione è arrivata.

Un giorno d’estate di qualche anno dopo, probabilmente mentre cadeva l’anniversario della magica trasformazione Simoniana, mi soffermavo ad ammirare la vetrina di un negozio che vendeva abiti da uomo. In uno di quei cartelloncini pubblicitari da esporre per dimostrare che qualcuno di fighissimo ha indossato quello che cercano di vendere, c’era un modello che rideva su uno yacht assolato, indossando la polo di una marca molto nota – diciamo solo che c’era un animale sopra, scegliete voi quale. Quel modello altri non era che Simone. Proprio in quel momento, ho visto il Karma planare al mio cospetto e sputarmi in faccia.
E allora ho capito. Il Karma punisce chi lo invoca. Se non si fa niente per cambiare la propria vita e dimenticare quello che ha fatto soffrire, qualunque cosa sia, esso tornerà al solo scopo di dirci di lasciar perdere e andare avanti. Così ho lasciato perdere e sono andato avanti. Senza rancore, Simone. Lunga vita a te e a tutti i tuoi vecchi amici.

Mi sono successe molte cose, negli anni a seguire. Ho subito altri torti, un paio dei quali molto più pesanti da sopportare rispetto agli scherni di qualche bambino nella notte dei tempi. Ma non ho più osato chiedere l’intervento del Karma,tanta era la paura che tornasse a trovarmi.

Che poi l’altro giorno ho scoperto chi è la fidanzata di Simone. E, credetemi, conoscendola, è una punizione più che sufficiente.

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Gesù e la cioccolata

Io quando entro in chiesa non so mai bene come comportarmi.
Faccio il mio timido ingresso, mi giro verso l’acquasantiera ma non è che possa metterci le mani dentro, perché sono solo un ospite, quindi la guardo e penso che l’acqua santa ha sempre un aspetto diverso da quella normale, più denso. E che forse è una cosa che noto solo io.
Di norma, quello davanti a me si inchina e fa il segno della croce, io mi inchino un pochetto e dentro di me chiedo scusa, perché non è che ci siamo lasciati benissimo la Chiesa ed io e, se pure non porto rancore, mi sento sempre strano ad entrare in sacro suolo – il che, comunque, accade veramente di rado, in genere per battesimi, matrimoni e funerali, giacché a conti fatti io sono taoista dall’età di tredici anni. Ma questo non importa a nessuno, quindi andiamo avanti.
Anche la funzione in sé mi mette un po’ a disagio. Così, in attesa che passi, ogni tanto mi guardo intorno e mi metto a pensare. Non c’è stata eccezione qualche settimane fa, quando sono stato a un matrimonio celebrato in chiesa e mi sono venute in mente delle domande che lascio qui, in attesa che passi qualcuno con la voglia di proporre le sue risposte.

La prima domanda non è molto originale, ma la pongo lo stesso. Perché il Cattolicesimo dice di essere una religione monoteista? Ok, ci sono dei conti in sospeso con il passato, ma direi a occhio e croce che i pagani non sono più una minaccia. Se contiamo la Madonna e tutti i santi, in men che non si dica superiamo in quantità gli dèi dell’Olimpo. Il Cattolicesimo è politeista, lo possiamo dire? E che c’è di male, nel politeismo? Si può voler bene a più entità, non c’è niente di cui vergognarsi. Dio non ha tempo di vedere cosa fai al casello autostradale o se ordini il Camogli avariato: ci pensa san Cristoforo. Se sei un guardarobiere o se grandina, c’è un santo a cui rivolgerti. Il Pantheon cattolico è una pubblica amministrazione in cui tutti lavorano come matti, mica solo il direttore generale.

La seconda domanda, generata dal vagare dei miei occhi oltre l’altare, riguarda il simbolo del Cattolicesimo per eccellenza e non mi lascia mai in pace, mi perseguita proprio. Perché Gesù è ancora in croce?
Cerco di spiegarmi meglio – voglio che si capisca che la mia è una domanda rispettosa e serissima.
Gesù è sempre appeso sulla croce a torcersi i legamenti e questo, oltre a fare un male cane, dev’essere parecchio scomodo dopo circa due millenni. Lo so, Cristo in croce è il simbolo del suo sacrificio, della sua sofferenza per i nostri peccati: tutto chiaro. Ma il mondo non si è un po’ assuefatto? Mi sembra che quasi non si pensi più al fatto che, mentre la vita va avanti, spesso lasciando impuniti i peggiori, questo poverino sta sempre lì, col freddo d’inverno e coi chiodi roventi d’estate. Altro che promesse e confetti, non riuscivo a pensare ad altro che a quest’uomo vestito di stracci appeso in una chiesetta di montagna. Avrei voluto prendere una scala, portare giù Gesù, dargli un bel piumino morbido e una tazza di cioccolata calda: «tieni Gesù, questa la devi provare.»

Se potessi, cambierei tutte le statue e tutti i rosari: niente più croce, ma una bella altalena in cui Gesù può godersi il meritato riposo, aggrappandosi felice alla catena al collo di chi lo sorregge. Perché è vero che ci dobbiamo ricordare della sofferenza per i nostri peccati, ma lo sappiamo che si soffre, si soffre un sacco tutti in questo mondo complicato.
Se Gesù ci ricordasse che puoi stare appeso a una croce per duemila anni, ma non devi smettere di avere fede perché prima o poi arrivano un’altalena, un piumino morbido e forse anche la cioccolata, sarebbe veramente, finalmente meraviglioso.

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L’aforisma del pappagallo

In cima ad una valle incantata in Cadore, a millecento metri sopra il livello del mare, più o meno ognuno ha il suo animale. Ci sono cani di tutte le fogge ed estrazioni, gatti rossi o siamesi o bicolore (ma sempre grossi da far impressione). C’è perfino quello che tiene un merlo comune imprigionato, con l’aggravante che la povera bestiola è costretta tutto il giorno, dalla sua gabbietta, ad osservare i propri simili che se la spassano con spaghettate di lombrichi tra canti e svolazzi.

Poi, inspiegabilmente, da un’idea che non conosco perché non è mia, una coppia di anziani ha deciso che i gatti e i cani e i merli non facevano per loro e hanno deciso di comprare un Ara chloroptera, vale a dire un pappagallo di quelli seri, grande, tutto rosso e che quando apre le ali ti mostra mezzo arcobaleno.

Quando il sole si leva sulla vallata, i cani danno il buongiorno sovrastando i galli, i gatti ritornano dalle scorribande notturne a godersi il meritato riposo, il merlo in gabbia fischia timidamente di nostalgia.
Il pappagallo non ha chiaro se debba dare il buongiorno o no, probabilmente non sa bene neanche che cavolo ci faccia con la voliera rivolta a una catena montuosa, circondato da gerani ma, nel dubbio e con impegno, dà il buongiorno, il buon pomeriggio, la buonasera, la buonanotte, ogni volta che può. Il risultato è che, se vi affacciate a un terrazzo qualsiasi, i vostri occhi vi raccontano che vi trovate tra le montagne, le orecchie che siete nella giungla.
Iiiiaaa! Iaaaa! Urla il pappagallo, da più di un anno. Per la verità dice anche due frasi. Una è “Amoreeeeee!” perché l’ha imparata da uno dei vecchietti per come chiama la moglie.

Il pappagallo, nonostante l’ambientazione non proprio caratteristica, è molto felice.
È soprattutto orgoglioso dello stupendo anello di riconoscimento che ha alla zampa. Scintillante, tutto di metallo, fascinossissimo. Che magari i cani danno il buongiorno alle sei, ma l’anello non ce l’hanno mica.
Gli piace così tanto che se lo rigira, se lo guarda, se lo scortica. Finché, per tanto premuroso rimirare, l’anello crea un fastidio alla zampa e il veterinario sentenzia che dev’essere tolto.

Gli anziani dunque prendono coraggio (perché il pappagallo è suscettibile) e si preparano a togliere l’anello. La signora acchiappa il malcapitato e lo tiene stretto tra le mani, mentre il marito si avvicina circospetto con le cesoie spesse.
Oh, maledetto umano, come osi privarmi del mio tesoro, vorrebbe dire il volatile, ma il padrone sente solo Iiiaaaa! Iaaah!, che, voi capite, come anatema funziona meno e, comunque, se pure avesse potuto esprimersi a parole, sarebbe sembrato niente più che un Gollum del carnevale di Rio.
Si ingaggia una lotta furibonda tra chi cerca di far del bene e chi si vede tolto quanto di più caro c’è al mondo: piumette variopinte planano tranquille, in netto contrasto con la colluttazione; il becco tagliente buca i guanti spessi che i vecchietti indossano come precauzione e buca pure le mani che ci stanno sotto (tu l’anello non me lo porti via! Iaaaa!). Poi, a un certo punto, al pappagallo viene il dubbio: vuoi vedere che questi qui vogliono farmi fuori?
E quanto si può lottare per un bene terreno? Fino a morirne? Beh no, che diamine, certo che no.
Così il pappagallo sceglie quella che è l’extrema ratio dei pappagalli, cioè abbandonarsi come se la spina dorsale fosse di pongo, chiudere gli occhietti e defungere temporaneamente, sbirciando più tardi nella speranza che la situazione sia migliorata.

Ma i padroni non conoscono questo trucco e, mentre l’uomo armeggia con l’anello, la moglie di colpo si ritrova a stringere un morto scarlatto tra le mani, inerte e con la testa abbandonata all’indietro. E la povera donna viene pervasa dal dolore spietato dei sensi di colpa.
«A le morto..! L’hei sofegà..!» (è morto, l’ho soffocato!) Urla in lacrime.

Ed ecco, insperato, il miracolo: il pappagallo, assodato che nessuno vuole tirargli il collo, si rialza, spalanca le ali come braccia trionfanti ed esclama: «Sono quiiiii!» che è l’altra frase che sa – e che qui ci sta benissimo, benissimo davvero.

Chi l’avrebbe mai detto? Un pappagallo può trasmettere un insegnamento di valore inestimabile.
Le ricchezze materiali non sono niente: la vera ricchezza è essere capaci di stupire.

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L’Arena, le belve e Cavaradossi

L'Arena

Su Rai Uno, il 10 giugno, andrà in onda la registrazione dell’evento in onore dei cent’anni d’Opera all’Arena di Verona. Immagino che il montaggio farà sembrare tutto superglam, ma io c’ero e vi racconto com’è andata veramente.

Quanto segue è ciò che succede quando degli amanti della lirica acquistano dei biglietti per l’Arena, non sapendo che in realtà rimarranno intrappolati nella realizzazione di uno spettacolo televisivo. Il morituri te salutant del terzo millennio.

Istantanee di una serata indimenticabile (a causa del trauma subito)

– Le gradinate non numerate sono il male, da evitare come i bagni dei traghetti. Una famiglia tedesca dava lezioni di stile sorseggiando vino rosé da calici di vetro. Altri hanno preferito la sostanza: le piadine, i kebab, i panzerotti di Povia, le pizzette al taglio, le bottiglie di Prosecco svuotate in bicchieri di plastica gialla. Odore di affettato e di guai.
– Si comincia in ritardissimo e c’è ancora gente in piedi. Ma proprio tanta gente. Alla fine gli sfortunati sono fatti sedere quasi dietro il palco, dove urleranno “Vergogna, vergogna” un paio di volte. Troppo buoni, considerato il trattamento ricevuto. Io avrei tirato di sotto le frittate.
– Scopriamo che l’host dell’evento è Antonella Clerici nel momento in cui fa il suo ingresso sul palco, vestita esattamente come Charlotte, l’amica ricca di Tiana ne La principessa e il ranocchio. Sul serio, identica, c’ha pure la tiara. Capiamo subito che sono tutti lì per lei. Ogni volta che passa da qualche parte, la folla va in delirio. Della musica non gliene frega niente a nessuno, sulle gradinate non numerate.
– La Clerici che sostiene che in Tosca sia Cavaradossi a evadere da Castel Sant’Angelo. Ma ha detto che le piace tantissimo la lirica, quindi fidiamoci.
– La gente che applaude mentre gli artisti cantano e prima che finiscano. Un Nabucco completamente rovinato, un vecchietto dietro di me isterico più di me, con i compagni di briscola che lo sgridano: ma perché te se incassi?
Dei tizi che fischiano fortissimo in tutti i modi, per richiamare l’attenzione di un loro amico che sta letteralmente dall’altra parte dell’Arena. La più sveglia dei tre commenta: «Che deficiente, si girano tutti tranne lui!»

Frasi gentilmente offerte dai peggiori spettatori di sempre

– «Chi canta oggi?» «C’è Bocelli, poi lo spagnolo, là, Domingos – e un altro» (“un altro” sarebbe Carreras, che all’ultimo non è venuto. José, tu che mi leggi di sicuro: hai fatto bene)
(Bocelli fa il suo ingresso nel palco) «ditegli di fermarsi, però, che se no continua a camminare e casca giù!» urlato con indignazione.
– «Sì?? Pronto? Ciao! ‘Spetta che ti faccio sentire Bocelli! Hai sentito? Eh, come te vol che vadi, semo qua…»(segue lunga, necessaria telefonata)
(La Clerici tiene un ombrellino di carta per introdurre Un bel dì vedremo, da Madame Butterfly) «Cosa viene adesso, una roba cinese?» «Mi sa di sì, quell’ombrella è cinese!»
– «“Butterfly” vuol dire “farfalla” in giapponese!» «Sì, lo so!»
– «Antonella è brava, è una come noi.»
– «Se la prossima canzone è in onore di Pavarotti, potevano mettere il suo scheletro sul palco! Ah ah ah!»
Frasi urlate, da più parti, in direzione della povera Antonella Clerici, in particolare da parte di uno svitato che le lanciava preoccupanti parole d’amore in ogni momento della registrazione

– «Antonella, sono qui! Io sono qui!»
– «Antonella, dicci una ricetta!»
– «Antonella, le tagliatelleeeee!»
– «Antonella sei bellissima! Sei come una principessaaaa!»
– «Antonellaaaaa! Treviso ti salutaaaaaa!»

Bonus

– La mia amica che, durante la coda all’entrata, corre dal suo idolo di sempre, Placido Domingo, per farsi fare l’autografo e riesce a dirgli solo: «Maestro, non ho la penna!» (io a te ti ci voglio bene)

– Prima dello spettacolo, hanno distribuito a tutti uno straccio bianco e un foglio double face. Questo aveva una parte con un colore della bandiera italiana, credo, perché io stavo di lato e il mio foglio era rosso – e una parte specchiata. Secondo le istruzioni dell’organizzatore, durante gli estratti della Carmen gli spettatori avrebbero dovuto sventolare il fazzoletto bianco. Già mi scocciava perché è un’opéra, non la partenza del Titanic, ma mi sono adeguato. Poi però, con rispetto parlando, mi sono rotto di agitare il braccio come una damina di porcellana francese e l’ho abbassato. E’ stato allora che sono stato sgridato dalla mia vicina per aver rovinato la coreografia, con una severità che neanche Mister Daemon con Nami Hayase in Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo. Era la tizia che telefonava, per giunta. Ho unito le mani e ho pregato con voce lamentosa lei e la sua amica di lasciarmi in pace. Devo averle toccate nel cuore (o spaventate a morte, chissà) perché non mi hanno mai più parlato.

Il foglio a due facce invece era parte di un piano diabolico per cui nel finale, dovendosi cantare l’inno, ci si doveva alzare in piedi e mostrare la faccia colorata. Al termine dell’inno, al fine di creare un inaspettato colpo d’occhio di alta raffinatezza, tutti avrebbero dovuto girare il foglio e rivolgere al palco la faccia specchiata, dando vita a un effetto tra la palla da discoteca, il messaggio per gli alieni e la crisi epilettica.
Se doveste guardare lo spettacolo in tv, forse mi vedrete correre verso l’uscita, appena prima dell’inno.
Inutile dire, infatti, che, lasciato appena il tempo al Pagliaccio di piangere, siamo scappati a gambe levate, dove la luce argentata e l’odore di porchetta non potevano più raggiungerci, lesti come Cavaradossi che fugge da Castel Sant’Angelo.

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Vignette Tristi – I trampoli

Trampoli

Non so se vi siete mai accorti, ma alcune vignette umoristiche de La Settimana Enigmistica sono davvero tragiche e deprimenti.

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PIT – Il gatto col violino

Chi mi legge da un po’, sa che quando dico che qualcosa è magnifico, intendo che è talmente orrendo che ci si fanno le risate. In questo senso, i viaggi in treno sono magnificissimi. Quasi ogni volta c’è una persona completamente svitata con cui convivere per un po’.

L’ultima con cui ho avuto a che fare è stato un uomo. Diciamo quarant’anni passati con insistenza. Un Carlo Lucarelli più basso e lievitato naturalmente sotto uno strofinaccio umido.
Si  presenta interamente di nero vestito e porta con sé una custodia di violino, in cui potrebbe esserci un violino ma anche uno sfilatino rustico di quaranta centimetri, chi lo sa.
Ascolta con le cuffiette, ma truzzosamente a palla, quella musica classica spumeggiante che si usa nei film quando uno psicopatico commette una carneficina con allegrezza.

Il treno è il solito interregionale sporchissimo e malandato. Solo pochi giorni prima, un turista americano aveva osservato nella mia direzione:
«Oh, un po’ vecchio quel treno!» Per poi aggiungere, mattacchione: «Ah ah, dimenticavo, i treni in Italia sono tutti così!»
«Eh sì, purtroppo è vero» ho risposto, anche se dentro pensavo ma che te ridi, mannaggia a te.

No ma non mi sono perso nei discorsi, eh. Vabbè, torniamo all’interregionale.

Di punto in bianco, a intervalli, sento dei rumori che non distinguo, diciamo lo sbuffo di un pulitore a mano da diciannove euro (quelli belli gialli, per intenderci) o una moka piccola che fa il caffè cattivo ma lo spande intorno che è una bellezza.
Guardo in alto: sarà l’impianto di climatizzazione? Beh, certo che no, è guasto come sempre, quindi niente. Mi volto, ma continuo a non capire. Mi decido a desistere.

Poi comincio ad accorgermi che i rumori, oltre ad arricchirsi da altri suoni, vengono dalla mia sinistra e, guarda caso, si sentono solo quando il violinista è impegnato in delle telefonate. E allora capisco.

Il violinista, ogni tot, chiama la fidanzata.
Ma non le parla. Fa il gatto lascivo.
In innumerevoli, strazianti conversazioni di cinque-sei minuti ciascuna.

Fa le fusa. «Prrrr!» Se pensate a Tigre di Fievel Sbarca in America vi fate un’idea.
E soffia. «Chhh!»
«Prrrr! Prrrrrrr!»
«CCCHhhh!»
«Ti amo!» (detto proprio così, come se stesse annunciando una vincita a Il pranzo è servito)
«Prrrrr!»

April, dove sei? Penso. April, la mia gatta fedele, gli avrebbe strappato via la faccia, altro che prrr.
Ma April è in Cielo che insegna agli angeli a vomitare sui divani, così il gatto col violino continua indisturbato a strusciarsi sul telefono, senza che io abbia uno spruzzino per scacciarlo via.
E il treno continua a correre, poco convinto ma ormai in ballo, come uno skateboard  su una ripida discesa di ghiaia, ed io non so dove girarmi per non sentire Le quattro stagioni degli amori felini, che da quel giorno sono la colonna sonora preferita dei miei incubi.

Dove sono i ragazzi arabi con la musica tradizionale altissima, quando servono?

Ps: Aspetto i vostri commenti con i PIT (pazzi in treno) che avete incontrato voi. Chissà, uno di loro potrei essere io!

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Guida alla sopravvivenza primavera/estate 2013 per gente pallida

Amici diafani!
Siete stufi delle solite domande poste, con la bella stagione, da individui che si abbronzano facilmente e che non sanno farsi gli affari propri?

Stampate questo prontuario, portatelo sempre con voi e tiratelo fuori al primo accenno di comparazione di pigmentazione cutanea!

Esso si snoda in comode e predefinite risposte alle affermazioni più comuni che vengono esternate a spese di persone pallide. Sono diverse a seconda di chi vi trovate davanti.
La stesura è amichevole e a prova di imbecille (non si garantisce in situazioni di imbecillità grave).

In caso di gente che ama parlare di ovvietà 

  1. Sì, sto bene, è che è proprio il mio colore
  2. No, non sono andata/o al mare, dovevo lavorare
  3. Sì, mi piace il sole.
  4. Sì, lo prendo il sole, è lui che non prende me
  5. No, non considero di farmi le lampade
  6. Sì, se dovessi andare a Sharm El Sheik metterò la protezione cinquanta

In caso di DMD (Dottori in Medicina della Domenica)

  1. Sì, me li faccio controllare i nei
  2. Sì, ho fatto le analisi del sangue
  3. No, non ho l’anemia mediterranea
  4. No, non ho carenze di ferro

In caso di aspiranti cabarettisti di Zelig (pericolosissimi)

1. Ah ah, la battuta sul cadavere fa ridere come ogni anno!

Ps. Le frasi elencate, seppur di norma molto efficaci, a volte risultano di poca utilità, specie nei confronti dei soggetti descritti nell’ultima sezione.
In casi estremi, pugno in faccia* ** seguito da una frase stempera-tensione, tipo “e adesso scopriamo chi di noi due è veramente emofiliaco”.

* Si fa per scherzare, ovviamente
** Sul naso fa più male

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